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Lucio Dalla il poeta della musica italiana

Lucio Dalla

(Bologna, 4 marzo 1943 – Montreux, 1º marzo 2012)

lucio1[1]Musicista di formazione jazz, è stato uno dei più importanti, influenti e innovativi cantautori italiani. Alla ricerca costante di nuovi stimoli e orizzonti, si è addentrato con curiosità ed eclettismo nei più svariati generi musicali, collaborando e duettando con molti artisti di fama nazionale e internazionale.
Autore inizialmente solo delle musiche, si è scoperto in una fase matura, anche paroliere e autore dei suoi testi. Nell’arco della sua lunghissima carriera, che ha raggiunto i cinquant’anni di attività, ha sempre suonato da tastierista, sassofonista e clarinettista, sua grande passione fin da giovanissimo.
La sua copiosa produzione artistica ha attraversato numerose fasi: dalla stagione beat alla sperimentazione ritmica e musicale, fino alla canzone d’autore, arrivando a varcare i confini dell’Opera e della musica lirica. Inoltre è stato un autore conosciuto anche all’estero ed alcune sue canzoni sono state tradotte e portate al successo in numerose lingue.

L’adolescenza e la passione per il jazz

Il celebre jazzista Chet Baker
Tornato adolescente a Bologna, si appassiona al jazz. Walter Fantuzzi, marito di una collega della madre, con il quale Dalla trascorreva le vacanze in Puglia, gli regala, per il suo decimo compleanno un clarinetto. Il giovane Lucio, così, da assoluto autodidatta, impara a suonare lo strumento, esibendosi in alcuni gruppi dilettantistici della città. In qualità di clarinettista, diviene membro di un complesso jazz bolognese, la Rheno Dixieland Band, di cui fa parte anche il regista Pupi Avati, il quale, sentendosi “chiuso” dal talento di Dalla, abbandona presto il gruppo, trovando in futuro la via del cinema. Sempre a quel periodo risale l’incontro con Chet Baker, leggendario trombettista statunitense. Lucio è poco più che un ragazzino e già virtuoso al clarinetto, viene invitato, più volte, a suonare con il grande jazzista, che all’epoca viveva a Bologna. Dalla, in un intervento raccolto nel suo libro Gli occhi di Lucio, uscito nel 2008, racconta come all’epoca guardasse in maniera un po’ schizzinosa la musica leggera, «perché ero un jazzista sorprendentemente bravo già a quindici, sedici anni», ricordando, con affetto, proprio le jam session con il grande trombettista. Dalla, in seguito, avrà la fortuna di suonare con altri grandi nomi del jazz come Bud Powell, Charles Mingus ed Eric Dolphy.
Sempre a quel periodo, risalgono le prime vacanze dell’artista nel sud dell’Italia. Infatti, la madre, di origini pugliesi, ogni anno era solita andare in vacanza a Manfredonia, città alla quale Dalla era molto legato e dove visse, durante la sua infanzia, molti periodi estivi. Proprio a Manfredonia gli è stato intitolato, dopo la morte, il teatro cittadino. Come ricompensa per vari lavori di sartoria, alcuni clienti delle Tremiti regalano alla madre una casa nell’arcipelago. Da qui nasce il profondo amore di Dalla per il sud e soprattutto per il mare tanto da trascorrere alle Tremiti tutte le estati, fino ad aprirvi uno studio di registrazione. Cos’ l’artista in un’intervista a L’Europeo: «È stato durante queste vacanze da emigrante alla rovescia che è avvenuta in me la spaccatura tra due diversi modi di vivere. Così oggi mi ritrovo con due anime: quella nordica (ordinata, efficiente, futuribile, perfezionista, esigente verso sé e verso gli altri) e quella meridionale (disordinata, brada, sensuale, onirica, mistica). È nel sud che sono diventato religioso, di una religiosità forsennata, irrazionale, pagana».

La maturità artistica e il grande successo

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« Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po’ e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò. »(Lucio Dalla, L’anno che verrà).
Nel 1977, avviene un nuovo “strappo” nella carriera di Dalla; l’artista felsineo, infatti, decide, nell’estate dello stesso anno, di ritirarsi alle isole Tremiti per dare vita ad un album tutto suo. Deluso da una collaborazione con Roversi entrata in crisi dopo aver dato i suoi frutti migliori, l’artista decide di diventare referente unico della sua musica e, da qui in avanti, lo sarà per tutti i suoi album a venire.

Lucio Dalla e il suo caratteristico zucchetto di lana
L’esordio autorale di Dalla, comunque, non potrebbe essere più felice: pur essendo un musicista puro, dimostra, fin dall’inizio, una padronanza letteraria solida e matura. Pubblica infatti, nel 1977, Come è profondo il mare, che, con l’omonima canzone, prende di mira la società contemporanea e il concetto stesso di “potere”, che altro scopo non avrebbe se non quello di “bruciare il mare”: qui preso come evidente metafora della libertà di pensiero. Da segnalare sono sicuramente: l’intimista Quale allegria, la solitaria e anarchica Il cucciolo Alfredo, la malinconica E non andar più via e la surreale Corso Buenos Aires. Altro pezzo centrale dell’album è la geniale e bizzarra Disperato erotico stomp. Il disco, inizialmente, viene visto da molti fan come un tradimento ed un cedere ad esigenze commerciali, ed in tal senso lo attaccherà Roversi: «Ha voluto semplicemente essere lasciato in pace a cantare il niente. Sono scelte industriali, non sono scelte culturali», per poi essere riconsiderato a distanza come un vero e proprio caposaldo della sua discografia, e questo, anche sotto il profilo musicale, in virtù della presenza alle chitarre di Ron, che da qui in avanti comparirà nei vari album del musicista, spesso nelle vesti di arrangiatore.
Con l’album Com’è profondo il mare, scrive il giornalista Paolo Giovanazzi: «Lucio Dalla riesce a trovare il punto di equilibrio tra la canzone ‘civile’ progettata con Roversi e una maggiore semplicità espressiva, almeno apparente. L’osservazione sociale non viene accantonata, ma lo stile è cambiato, c’è più spazio per la musica». L’album, rappresenta una tappa fondamentale nella carriera dell’artista, sia per la svolta cantautorale, sia per l’imposizione definitiva del personaggio Dalla: volutamente vestito male e sempre con zucchetto di lana in testa, ora accompagnato dal clarinetto, ora seduto a un pianoforte, il “Dalla autore” conquista in brevissimo tempo una nuova e larghissima schiera di fans, anche grazie a performance canore sempre più teatrali, con improvvisazioni che arricchiscono costantemente ogni sua esibizione.
La popolarità di Come è profondo il mare non resta un caso isolato, infatti non passano neppure due anni e un altro album di successo, addirittura superiore, viene alla luce: Lucio Dalla, pubblicato nel febbraio del 1979 (un anno e mezzo in classifica e un milione di copie vendute), contenente canzoni-simbolo del cantautore e divenute ben presto molto popolari. Tutte le canzoni da ricordare: dalla favola adolescenziale di Anna e Marco, alla trascinante e apocalittica L’ultima luna, dalla delicata e soft-rock Stella di mare, alla corrosiva La signora. Lo stato di grazia dell’album continua con Tango, la dolce-amara Milano, Notte e Cosa sarà, cantata con Francesco De Gregori su musica di Ron. A chiudere il disco una delle sue canzoni manifesto: L’anno che verrà, nel cui tramonto delle utopie e delle illusioni sembra chiudersi idealmente il decennio degli Anni di piombo. In verità, alcune canzoni dell’album, erano già state proposte dall’artista, in un concerto tenuto per la televisione svizzera, un paio di mesi prima, esattamente il 20 dicembre 1978, da cui poi verrà tratta, anni dopo, anche una videocassetta, poi DVD, a documentare la peculiare performance. Unico inedito Angeli, canzone che verrà donata anni più tardi al collega Bruno Lauzi.

Lucio Dalla e il suo clarinetto

Lucio DallaDi tanto successo, raggiunto con l’album Lucio Dalla, nell’estate dello stesso anno si interrogheranno i redattori del settimanale L’Espresso, lanciando una copertina ironica dal titolo, “Ma che ci trovano in quel Dalla?”, esaminando il fenomeno culturale del cantautore anche attraverso un “dialogo ai ferri corti e a viso aperto” con il celebre giornalista Giorgio Bocca. Non pago, l’artista bolognese dà alle stampe un altro disco, Dalla, uscito nel settembre del 1980. Il sound creato dal gruppo sforna un vero e proprio rock d’autore, portando il disco subito in vetta alle classifiche (ancora un milione di dischi venduti[64]), confermando nuovamente un periodo di grande felicità creativa.[68] Gli otto brani presenti nell’album vengono in breve salutati, da pubblico e critica, come autentici classici del repertorio dalliano. A tal proposito, canzoni da segnalare sono senz’altro Futura (storia di un amore, dove il crescendo musicale imita volutamente quello di un amplesso), Cara, una delle sue canzoni più belle (che inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi dialettica dell’immaginario) e l’intensa La sera dei miracoli. Altro singolo trainante dell’album è Balla balla ballerino, storia di un danzatore pacifista che, ballando “alla luce di mille sigarette e di una luna”, balla con amore per tutti, anche per i più violenti.

Da menzionare ancora: Mambo, l’irriverente e ironica Siamo dei, Il parco della luna e la trascinante Meri Luis, considerata dall’amico e teologo Vito Mancuso una delle sue canzoni più importanti. In merito alla genesi del testo di Futura, assai suggestive sono le dichiarazioni del cantante: «Futura nacque come una sceneggiatura, poi divenuta canzone. La scrissi una volta che andai a Berlino. Non avevo mai visto il Muro e mi feci portare da un taxi al Checkpoint Charlie, punto di passaggio tra Berlino Est e Berlino Ovest. Mi sedetti su una panchina e mi accesi una sigaretta. Poco dopo si fermò un altro taxi, ne discese Phil Collins che si sedette nella panchina accanto alla mia e anche lui si mise a fumare una sigaretta…
Mi venne la tentazione di avvicinarmi a Collins per conoscerlo, per dirgli che ero anch’io un musicista. Ma non volli spezzare la magia di quel momento. In quella mezz’ora scrissi il testo di Futura, la storia di questi due amanti, uno di Berlino Est, l’altro di Berlino Ovest, che progettano di fare una figlia che si chiamerà Futura».

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